La prima neve non si è ancora posata sulle cime svizzere, ma le montagne stanno già diventando più silenziose. Il suono melodioso dei campanacci si affievolisce mentre le mandrie scendono verso i quartieri invernali. Nelle valli alpine, gli abitanti si riuniscono per accogliere il ritorno del bestiame, celebrando un nuovo ciclo della transumanza — la pratica ancestrale di spostare gli animali tra pascoli stagionali che ha modellato queste montagne per secoli.
Entrando oggi in una capanna alpina svizzera, potresti trovare una fotografia ingiallita del 1900 che racconta lo stesso viaggio: contadini fieri, mucche ornate di ghirlande di girasoli, pecore che punteggiano i pendii lontani come neve d’estate. Ma questa non è solo una tradizione pittoresca mantenuta per i turisti. Dalle valli francofone del Vallese alle alture romancie dei Grigioni, la transumanza resta un sistema vivo e funzionante, capace di adattare saperi antichi alle esigenze moderne.
Il “copione” varia a seconda della regione e degli animali. Le mucche da latte si spostano generalmente tra le fattorie di fondovalle e gli alpeggi d’alta quota, talvolta passando per tappe intermedie chiamate maiensäss. Durante l’autunno, comunità come Charmey, nel Canton Friburgo — il cui latte contribuisce al celebre Gruyère — celebrano la Désalpe con mucche che indossano i campanacci più grandi della Svizzera e le ultime corone di fiori della stagione. Oltre alla sfilata del bestiame, le feste includono spesso Schwingen (la lotta tradizionale svizzera), jodel, competizioni di corno delle Alpi e, naturalmente, degustazioni di formaggi.
Le pecore, invece, sono le vere specialiste delle alte quote. In cantoni come Uri e Vallese, i greggi salgono oltre i 3.000 metri, dove nemmeno la mucca più determinata oserebbe avventurarsi. I loro pastori praticano una forma più antica e selvaggia di transumanza, trascorrendo mesi in isolamento su pascoli dove il vicino più prossimo potrebbe essere uno stambecco — o, sempre più spesso, un lupo.
Questo intreccio tra alto e basso, tra pecore e bovini, ha costituito per secoli la spina dorsale economica delle comunità alpine. I fondovalle producevano colture, mentre i pascoli estivi trasformavano l’erba in formaggio e lana. Grazie a sistemi cooperativi, anche i contadini con pochi animali potevano partecipare a questa economia d’altura. Quando però la cooperazione veniva meno — ad esempio nelle dispute sui diritti di pascolo — potevano nascere conflitti. È il caso della battaglia di Morgarten, agli inizi del XIV secolo, nata da una disputa tra il Canton Svitto e l’abbazia di Einsiedeln (sotto la protezione degli Asburgo), degenerata in occupazioni, scomuniche e scontri armati.
Oggi, per fortuna, le sfide per gli agricoltori alpini sono diverse — anche se non meno complesse. Il ritorno dei lupi, il cambiamento climatico che modifica la crescita dell’erba, e il calo di persone disposte a vivere mesi in pascoli remoti mettono alla prova il sistema. Eppure la transumanza resiste, evolvendosi. I prodotti lattiero-caseari d’alpeggio hanno un alto valore sul mercato, mentre i pastori contemporanei uniscono conoscenze tradizionali a GPS e gruppi WhatsApp. Questi paesaggi pastorali, modellati da secoli di pascolo stagionale, sostengono ecosistemi unici cresciuti insieme all’intervento umano.
Quando le mucche scendono a valle in autunno, adornate con i loro campanacci migliori e seguite da allevatori orgogliosi e turisti curiosi, non stanno solo rievocando una tradizione. Stanno dimostrando come una pratica antica possa adattarsi ai bisogni moderni: mantenere vive le comunità montane in Svizzera, Austria, Francia e Italia, preservare produzioni alimentari locali e custodire il sapere pratico che nasce dal lavorare a stretto contatto con animali e montagne. In un’epoca ossessionata dall’innovazione, a volte le soluzioni più intelligenti sono proprio quelle che pratichiamo da sempre.
