Il giorno dopo ogni pioggia, tra le otto e le nove del mattino, Colin Cusack esce in giardino nel sud della Francia per misurare le precipitazioni in due pluviometri. Registra i dati a mano in un piccolo quaderno tascabile. È un rituale che ripete regolarmente da quasi cinquant’anni.
«È un’abitudine contadina», dice Cusack, 78 anni, tra stivali consumati e tuta blu macchiata di terra. Coltiva con la moglie Viviane quasi un ettaro di terreno terrazzato: pomodori, carciofi, uva trasformata in vino, olive da un centinaio di alberi.
Ma per Cusack, psicologo e fondatore di una clinica per il trattamento delle dipendenze, contare la pioggia non è solo pragmatismo. È ciò che chiama “curiosità climatologica”. Sfoglia i quaderni datati, piegati e rinforzati con nastro adesivo: archivi della memoria e del clima.
I numeri raccontano periodi di siccità estrema, come tra il 2021 e il 2024, e anni insolitamente piovosi. Ma le misurazioni sono anche madeleine proustiane: evocano ricordi, viaggi, aeroporti allagati, stagioni passate.
Cusack non è contrario alla tecnologia. Controlla le app meteo, ha costruito sistemi di raccolta dell’acqua, ha provato strumenti digitali. Ma alla fine torna sempre al gesto semplice. «Basta una foglia o una raffica di vento per falsare tutto», dice. Meglio la mano umana.
Il rituale coinvolge tutta la famiglia. Quando è via, sono i vicini o i parenti a controllare i pluviometri. Un sapere che passa di mano in mano, come il quaderno.
In un mondo di notifiche e dati in tempo reale, l’apertura mattutina del quaderno di Cusack è un piccolo atto di resistenza. Non serve solo a coltivare orti migliori, ma a vivere il tempo in profondità. Le giornate saranno troppe per contarle. Le gocce di pioggia, no.
